TANGIBILI COSMOLOGIE

Il cinema di fantascienza in mostra




Ancora fantascienza. Sempre meno Aliena. quasi da toccare: dal cinema, al merchandising, all'editoria che ne ha segnato l'esordio e la diffusione in Italia e nel mondo.
In un polo culturale e universitario d'avanguardia
Alla Bovisa. 
Come a dire: quando la periferia non è dell'Impero

Frenetica si è occupata dell'allestimento e reperimento materiale mentre

scrittori del genere hanno accompagnato l'esposizione con la stesura di note mirate.




L’ALIENO

di Donato Altomare

Il termine alieno ha in sé la spiegazione della naturale ostilità che si tende a mostrare nei suoi confronti.
Difatti, se andiamo su un qualsiasi vocabolario, leggiamo che alieno significa che appartiene ad altri.
Letteralmente. E cosa c’è di più fastidioso, odioso e oggetto d’invidia di qualcosa, qualunque cosa, che appartiene ad altri e non a noi?
Che poi l’aggettivo abbia assunto altri significati, come avverso, contrario, estraneo, diverso e sia diventato un termine abusato in fantascienza, dove l’aggettivo è stato sostantivato, è perché in una sola parola si possono esprimere moltissimi sentimenti non tutti però negativi.

La paura di qualcosa fuori dalla natura, eterno incubo dell’uomo. La gioia di sapere che, con la sua presenza, non siamo soli nell’universo. Il terrore dello sconvolgimento della propria vita equilibrata. La felicità dello sconvolgimento della propria esistenza noiosa. La paura del diverso. La gioia di potersi sentire fratelli di chi geneticamente fratello non potrebbe mai essere.
La paura della morte. La gioia di una resurrezione.
Il fatto è che, se non esistesse la figura dell’alieno in fantascienza, i tre quarti di quanto scritto non esisterebbe.

Basti pensare alle infinite varianti di esseri che appartengono ad altri.
Senza scordare che anche noi, per gli alieni siamo altri. Spesso ho pensato che sulla Terra vi siano davvero gli alieni.
Siamo noi, perché certamente la Terra non è la nostra casa, altrimenti non si spiegherebbe perché la maltrattiamo, la deturpiamo, la saccheggiamo, la inquiniamo, la sporchiamo, la... infiniti altri la...
Come può quindi sorprenderci se è la stessa Terra che ci pensa alieni e ogni tanto ci dà una bella scrollata sperando di liberarsi di noi. Come un cane delle sue pulci





FRANKENSTEIN E LA FANTASCIENZA

di Alvise Barbaro

Cosa c’entra Frankenstein con la fantascienza? Riccardo Valla dice, parafrasando una canzone, che “la science fiction è figlia di tanti padri, ma di una sola madre, Mary Shelley”. Si potrebbe dire, argomentando quest’affermazione, che il mostro partorito, all’inizio del XIX secolo, dalla mente della giovane Mary Godwin Wollstonecraft Shelley sia uno dei progenitori, se non il primo, di questo spettacolare genere, che travalica il medium cinematografico. Se, infatti, in ambito letterario, la materia fantascientifica trova una nascita ufficiale solo con i cosidetti romanzi scientifici di Jules Verne e H.W. Wells, il racconto gotico della scrittrice inglese è, come sostiene Brian Aldiss, “il primo lavoro seminale al quale l'etichetta di fantascienza può essere logicamente appiccicata". Questo perché la storia del mostro di Frankenstein, per quanto orrorifica e spaventosa, ruota intorno ad argomenti che maneggiano in modo “fantastico” la materia scientifica (non si dimentichi che Victor Frankenstein è, prima di tutto, uno scienziato); tant’è vero che l’autrice prese spunto dalle ardite tesi di Erasmus Darwin (1731 – 1802, nonno del più celebre Charles), che sosteneva che fosse possibile ridare vita ai tessuti morti. L’eterna sfida alla Natura, l’uomo che vuole sostituirsi a Dio, la vita dopo la morte; tematiche di questo calibro hanno alimentato la discussione scientifica del XIX secolo, e, di riflesso, anche la letteratura, che le ha declinate sia nell’ambito fantascientifico, che in quello horror. Frankenstein, abitualmente considerato un esempio di quest’ultimo, diventa così il naturale punto di incontro tra i due generi, che di fatto, da allora hanno sempre marciato di pari passo, spesso contaminandosi vicendevolmente (si pensi ad Alien [id., Ridley Scott, 1979] e La mosca [The fly, David Cronenberg, 1986], solo per citare gli esempi più celebri). Ma le affinità tra la Creatura e la fantascienza non si fermano qui, anche se da qui hanno origine. Se l’opera della Shelley ha fissato, soprattutto grazie al cinema, gran parte dell’iconografia horror, in parte lo ha fatto anche nell’ambito del “sci-fi”.
Non si può non intravedere nel delirante Victor Frankenstein (specialmente nell’interpretazione memorabile di Peter Cushing, per i film della Hammer) l’archetipo dell’ormai classico “mad doctor” di molti film fantascientifici; la medesima cosa si può dire per il suo laboratorio, ricco di generatori di elettricità e alambicchi fumanti. Allo stesso modo, è evidente, ad ogni fan del mostro con gli elettrodi nel collo, la sua affinità con figure canoniche della fantascienza come i cyborg (letteralmente un essere, anche umano, di forma umanoide costituito da un insieme di organi artificiali e organi biologici), che, insieme ai “cugini” zombie del genere horror, hanno ereditato da lui non solo postura e movenze, ma soprattutto i concetti che incarnano: il miraggio dell’immortalità, che puntualmente si rivela fallace; il rapporto di sudditanza tra creatura e creatore; l’idea del “doppio”, sul quale si riflette ogni aspetto negativo dell’originale umano (si va dall’Hayde di Stevenson al Terminator di Cameron, passando per il Nexus 6 di Scott). Ecco perché non si può, in questa sede, non soffermarsi su una simile figura archetipica, quasi mitica (vista la sua longevità), che incarna, al tempo stesso, le paure e le aspettative verso un progresso immaginabile, che sono alla base di ogni racconto di fantascienza.




LA LUNA

di Mauro Miglieruolo

La Luna,
che regola molti ritmi della vita, dei quali abbiamo completamente perduto la scienza, tipo seminare: si semina infatti in certe sue fasi e non in altre;
che ci spinge al doppio gioco del rapimento estetico e del ritorno all’animalità primitiva. Sotto la sua influenza diventiamo tutti poeti e tutti metamorfosiamo in lupi mannari, incubo di madri apprensive che non vedono l’ora, in certe notti, stranamente proprio nelle più luminose, che le figlie facciano ritorno a casa. Il problema è che quella luce che sa essere silenziosamente complice e a malapena svela quel che ci sta intorno, è l’ideale per reinventare il viso della ragazza seduta insieme a noi a contemplare l’incanto che è stato immesso nell’ordinario consueto delle tante notti... noi stessi non possiamo più restare nell’ordinario delle vecchie cose e delle vecchie parole. In certe notti è facile che ambedue spicchino il volo e scompaiano tra le nuvole d’incenso dei loro febbrili desideri, o il voler essere dame e cavalieri della buona sorte. La Luna, quale presenza migliore per incoraggiare il sogno a occhi aperti? E inoltrarsi nel mare aperto delle infinite possibilità che racchiude il Mondo? C’è però un nuovo modo di essere della Luna, quale meta turistica e possibile
luogo di avventure. Si era ritenuto che mettere piede sul suo suolo cancellasse ogni possibilità di mistero e ogni capacità di ispirare audaci fantasticherie. Invece la Luna è sempre lì a suggerire e a indurre a sognare. Nei suoi crateri, nei misteriosi abissi delle grotte lunari, dove i più audaci immaginavano fossero rimaste imprigionate sacche d’aria (e oggi alcuni sperano di trovarvi mari ghiacciati d’acqua per assicurare la sopravvivenza dei futuri astronauti) e per ciò stesso nascondesse creature misteriose; là la fantasia torna per riprodurre le stesse avventure e tessere la medesima trama di sogni.
Cosa può impedire a uno scrittore di immaginare una romantica ultrasessuata avventura con una bella Selenita se non la presenza nella sua immaginazione di una ancora più bella Venusiana? “Selene ene a” cantava molti anni fa Modugno “con un salto arrivo là, il peso sulla Luna è la metà della metà!” La si canta ancora oggi. La si canterà ancora. Perché la Luna è sempre la stessa, immobile in cielo ci concede di ammirarla e si concede di suggerirci pensieri teneri e desiderio di pace. Non basta lo smog, le infinite piantagioni di antenne televisive e cartelloni pubblicitari, le luci terne delle insegne al neon per mortificarla. Nessuna meschinità può cancellarla dal cielo. Non solo è bella, è straordinaria. Il peso sulla Luna è la metà della metà. Il che forse vuol anche dire metà dei pensieri, delle preoccupazioni e meschinerie di questa nostra realtà fatta di niente.




LA FANTASCIENZA

di Mauro Miglieruolo

La Fantascienza è il primo tentativo di rifondazione radicale della letteratura, tentativo caratterizzato dal ritorno all’epico e al romanzesco di cui il Novecento aveva ritenuto di dover fare a meno. Si differenzia dalle altre forme di lettura popolare, nonché dalla letteratura accademica, per i suoi reiterati tentativi di rinnovare e reinventare il mito per adeguarlo alle esigenze della modernità. L’essenza di tali tentativi è fondata utilizzando le suggestioni tecnologiche che, da vari decenni, la scienza presentava, suggestioni che diventano gli elementi costitutivi della nuova narrativa. Per comprendere il senso di questa “riforma” letteraria occorre considerare gli ostacoli che occorreva superassero i primi “sognatori” fantascientifici. Per ottenere legittimità alle proprie fantasticherie era necessario abbattessero due muri: l’ostilità all’innovazione tecnologica e la convinzione dominante che la realtà fosse immutabile. Accanto a tale interesse stava quello, ben più vitale, della società nel suo insieme, per la quale era indispensabile abituare le masse di nuova urbanizzazione alla realtà del continuo cambiamento e continuo avanzamento tecnico-scientifico. Dall’incontro tra il bisogno delle masse (interpretato dai fantascientisti) di ottenere chiarimenti sul proprio destino e quello generale di orientarne la mentalità, nasce la Fantascienza, risposta “ludica” agli interrogativi sull’avvento del Macchinismo che da già da alcuni secoli gli uomini si ponevano (a volte reagendo vigorosamente: vedi Luddismo). Una risposta, insomma, fondata più sul sogno e sulla fantasticheria che sull’oggettiva coerenza scientifica delle vicende narrate. Questa nuova visione del mondo di cui la Fantascienza si fa portatrice è efficace per la compattezza e consequenzialità del suo messaggio. Se infatti la Fantascienza, come è stato constatato, può essere molte cose e può servirsi di ogni materiale ai suoi propri fini; se può vantare una nutrita schiera di grandi autori ognuno dei quali porta avanti una interpretazione personale della Fantascienza (Dick, Van Vogt, Heinlein, Sturgeon, Pohl, Simak, Tenn, Sheckley ecc. ecc. personaggi la cui ispirazione in nessun caso può essere ridotta o assimilata a quella dell’altro, cosa invece fattibile sia nella narrativa western che in quella poliziesca); su un elemento si può affermare vi sia concordanza completa tra tutti: sulla certezza che l’indomani sarà radicalmente diverso dall’oggi; e che nel bene e nel male, attraverso avventure e disavventure, gioie e dolori, l’avvenire ci riserva innumerevoli sorprese e che nostro compito è prepararci a esse. Accanto a questo, che è stato definito senso del futuro, quale ulteriore caratterizzazione, c’è da collocare la consapevolezza dell’immensità e complessità del mondo, della varietà infinita di occasioni e meraviglie che l’esplorazione dello Spazio ci riserverà. Cioè quello che è stato definito senso del meraviglioso. Questo senso del meraviglioso è il condimento di cui la Fantascienza si è servita e si serve per rendere meglio digeribile il messaggio di cui si fa portatrice (Ariosto). Nel senso del futuro e nel senso del meraviglioso possiamo dunque riassumere l’essenza della Fantascienza. Per comprendere il vero valore di questa accoppiata occorre però ricordare che la Fantascienza è nata in tempi in cui, nonostante i gravi avvenimenti che li caratterizzavano, ciò che guidava gli uomini era la speranza. Se la Fantascienza ordinariamente non l’ha alimentata dati i suoi frequenti paesaggi di orrore, le ha offerto quantomeno la certezza di un domani diverso nel quale poter operare per realizzare a suo proprio favore e quello dell’umanità un destino migliore.




TANGIBILI COSMOLOGIE

di Riccardo Valla

Una vecchia e assai vista illustrazione astrologica mostrava il coelum stellatum come una cupola di vetro a cui erano incollati gli astri, e l'astrologo che la attraversava per penetrare nel mondo al di là delle stelle, per "toccare con mano la cosmologia". Lo stesso si può dire per la fantascienza: anch'essa ci porta al di là delle stelle e pone davanti a noi i macchinari che le muovono, li trasforma da formule fisico-matematiche a immagini, che poi restano impresse nella nostra mente. L'astronave, le stelle grandi migliaia di volte il nostro Sole e quelle super-compresse che misurano pochi chilometri di raggio o addirittura zero come i buchi neri – zero o quasi zero? Bella domanda – sono vecchie conoscenze dei lettori di fantascienza, e non solo di quelli di oggi, ma anche di quelli di ottant'anni fa. Infatti, fin dal 1930 si parlava di materia super-compressa e di forze atomiche, di iperspazio e didisintegratori nei romanzi di Campbell e di E.E. Smith, e se ne parlava intermini che ancor oggi ci suonano convincenti. Sono immagini che oggi hannoun grande successo sugli schermi, basta pensare a Guerre Stellari. Volendo tracciare per grandi linee la storia della fantascienza, abbiamo nell'800 l'idea del viaggio ad altri pianeti, ma senza approfondirne il modo: bastano un cannone o una vernice che elimina la gravità, se non una "proiezione astrale" della nostra mente. Negli anni tra il 1925 e il 1930 c'è l'esplosione del viaggio tecnologico ad altri pianeti e dieci anni più tardi compare il viaggio nel tempo, con quel suo corollario che sono i mondi paralleli, i presenti alternativi. Verso il 1950 comincia una sorta di sociologia dello spazio, in cui si immaginano gli strani usi e costumi di altri pianeti, umani o alieni. Segue una certa stasi nell'inventare nuove idee, finché non maturano i temi della rete di comunicazioni e del villaggio elettronico globale (l'internet), quello della realtà virtuale e quello della somma cervello naturale più cervello artificiale. Il cyberpunk, appunto. Alcune di queste idee sono ormai passate al pubblico più generale, anche una non facile come quella dei viaggi nel tempo in Ritorno al futuro. E comincia ad affacciarsi nei telefilm la molteplicità delle società. Né finisce qui, perché il cyberpunk attende ancora qualche importante regista per diffondersi tra il pubblico. Insomma, anche se i suoi maggiori successi librari restano legati agli scorsi decenni con Dune di Herbert e la Fondazione di Asimov, la fantascienza è più viva che mai, ma in forme diverse da quella libraria.