Frenetici... e seminali. In the Bratto Wood ha fatto anche da "vernissage" al sito d'arte e attività culturali

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Testo critico

YoutubePerformance del gruppo teatrale "il grillo parlante" regia a cura di Elisa Conti








ARE YOU READY ? - Elisa Zugno
Era iniziata così la sua storia nel mondo dello spettacolo, quando a sei anni era salito sul palco della scuola. Aveva deciso di esibirsi in un riarrangiamento di Jingle Bells, durante la recita di Natale. Si ricordava l'emozione, gli applausi e le risate – forse dovute alla strofa che aveva immaginato cantata da un coro di cammelli, quelli dei Re Magi.
Neanche a dirlo i suoi ricordi non coincidevano con quelli di sua madre, né di suo padre. Neppure con quelli dei compagni o delle maestre. Sua madre non si era mai vergognata tanto. Aveva atteso a lungo quel momento, per la prima volta suo figlio sarebbe stato sotto le luci dei riflettori. Lo aveva atteso a lungo e poi l'aveva pure aspettato. Cinque interminabili minuti.
Era lì, tutto compito nel completo in principe di Galles fatto confezionare appositamente oltremanica, lì sul palco, se ne stava immobile davanti al microfono, fissando un punto qualsiasi della platea. Ogni tanto chiudeva gli occhi, come lei gli aveva insegnato, per scacciare la paura. Gli applausi. Poi era partita la musica, il rumore dei campanellini nella neve, altre due battute e avrebbe attaccato. Era pronta per accompagnarlo con il labiale.
Invece no, invece non era uscito alcun suono dalla bocca di suo figlio, muoveva le labbra ma non si udiva nulla. Dapprima. Poi la vergogna, il pubblico applaudiva per incitarlo, addirittura cantava le strofe cercando così di dargli coraggio, e suo figlio, invece di cantare, aveva iniziato a produrre dei suoni inconsulti che mal si addicevano al Natale e alla recita scolastica, e non accennava a smettere.
Finì quando anche la musica era finita, tra le risate generali. Lui si era sentito fiero. Un successo la sua esibizione, gli applausi, addirittura la gente che accompagnava la sua voce e poi le risate – perché era pure simpatico. Quando cantava entrava in trance, aveva imparato col tempo a dare questo nome alle sensazioni che lo investivano. A casa i suoi sembravano delusi, sua madre soprattutto. Lui non capiva e glielo aveva chiesto, lei lo aveva zittito dicendogli di non nominare più la questione. Da quella volta aveva deciso di fare solo live privati, prima in bagno, poi nel garage, e quando finalmente era andato ad abitare da solo, nel suo monolocale. Solo che i condomini si erano lamentati, così aveva deciso di spostarsi nel bosco, lì non avrebbe disturbato nessuno. Aveva posizionato il microfono, predisposto l'amplificatore – sebbene senza pubblico, prendeva sempre molto sul serio le sue esibizioni – poi chiuso gli occhi e iniziato a cantare. Anche il pubblico era arrivato, e numeroso, se ne sarebbe accorto aprendo gli occhi.




POTASSIO - Elisa Zugno Da grande voleva essere come la signora Luisa. Lei che non piange mai, perché si vede che non le manca il potassio. Voleva avere una grande casa con giardino, con le siepi e la fontana. Voleva la cucina a isola e un grande specchio in ingresso, proprio come la signora Luisa. E il salotto col caminetto. Un tailleur beige, uno blu e uno verde smeraldo. E la collana di perle. Anche gli orecchini di perle. Da grande voleva preparare la crostata di albicocche e la pasta fatta in casa, ogni mattina. E andare a fare la spesa in macchina. Voleva avere dei figli, e preparargli la merenda, e un marito per preparargli la cena. Non come a casa sua. Con suo padre che riscalda la cotoletta senza staccare gli occhi dalla tivù, che la mattina urla. Mentre la mamma sta a letto tutto il giorno. Sarebbe anche stata attenta alle offerte del supermercato. Avrebbe passato le giornate a cucinare, a stirare, a far brillare la sua grande casa, così tutti al ritorno sarebbero stati felici. Il papà dice sempre che non le fa mancare niente, e in effetti, è vero! Già adesso vive in una casa grande col giardino, e anche dentro, a parte il caminetto, c'è tutto. Anche il televisore al plasma. E dice che, allora, non capisce perché la mamma non sia felice. Ma forse lui non lo sa che le manca il potassio. In fondo lei l'aveva scoperto per caso, sentendo la mamma parlare al telefono. Era per questo che aveva portato le banane nel bosco. Le aveva seminate, perché poi sarebbero cresciute. E avrebbero fatto tante banane, tantissime. E nelle banane c'è il potassio che fa tanto bene – questo glielo aveva detto anche la maestra di danza. E con tutte quelle banane era convinta che ce ne sarebbe stato di sicuro abbastanza, e il potassio non sarebbe mancato più a nessuno. Nessuno avrebbe più pianto, e anche lei sarebbe stata felice. Mentre aspettava di tornare al bosco, aveva messo la signora Luisa a far la guardia alle banane, a controllare che crescessero. E per non sentire troppo la sua mancanza si era tenuta la sua collana di perle.



I giorni perduti - Elisa Zugno
Per tutta la vita si era sentito in ritardo.
E non era solo il tram che perdeva la mattina, il treno. Non arrivare in tempo per il pranzo. I sabati erano già domeniche. Erano quei silenzi che frapponeva alle domande, anche alle più semplici.
Silenzi di cui non si rendeva conto. “Mi scusi, mi sa dire l’ora?” Quando apriva la bocca per rispondere non c’era più nessuno. Solo con un esame attento delle lancette si rendeva conto che erano passate due ore, da quando la signora nell’impermeabile fumè gli aveva rivolto la domanda.
Lui era semplicemente rimasto lì, sulla banchina, a trovare la risposta, forse vagabondando un po’ tra i suoi pensieri, mentre i treni passavano.
Non era arrivato sulle tracce di qualcosa, la sua non era una ricerca. Ma da quando era nel bosco si era reso conto che il suo cuore aveva smesso di battere, smesso di scandire quel fastidioso tic tac, quasi avesse ingoiato una bomba a orologeria come il coccodrillo di Peter Pan.
Solo normalissime pulsazioni, regolari. Camminava tra le alte sagome dei pini, costretto di continuo a cambiare direzione. La luce filtrava a fatica e nel silenzio tutto pareva esser addormentato. In lontananza una radura, forse un prato, si accorse di esser diretto lì.
Lì, tra felci e muschio trovò i suoi giorni perduti. I sabati, le domeniche, i mercoledì. Le risposte lasciate indietro erano appese lì, nell’umidità del bosco. Si strofinò gli occhi, non aveva freddo. Poi uno sbadiglio, si stava per addormentare.




SENSO (NON MI AVRETE MAI) - Elisa Zugno Continuava a sognarlo.
La mattina si svegliava al primo trillo della sveglia – quell’infernale tiranno acidulo – con davanti agli occhi le zanne e la faccia del cinghiale.
E non aveva senso, non aveva senso per niente.
Ancora il cuore che impazzava, gli spari dei cacciatori nelle orecchie e quelle parole, decise nella loro disperazione. “Non mi avrete mai”.
Era lei il cinghiale? Perché se davvero fosse così cambierebbe tutto. Era lei che stava lottando per la sopravvivenza o abbracciava il fucile e rincorreva la preda? Lo avrebbe chiesto volentieri a Freud, perché lei una spiegazione proprio non la trovava.
E ciò la infastidiva. La infastidiva tremendamente. Anzi, la irritava. Era come i post-it attaccati storti alla lavagna. Un cucchiaio riposto nello scomparto dei coltelli. O il coltello riposto con la punta verso l’alto. O i pelucchi che rimangono sul cappotto nero. Era la moka lasciata sullo scolapiatti con i fondi del caffé ancora dentro. Odioso. Minava l’ordine delle cose, quella perfezione ancestrale che lei ogni giorno cercava di ripristinare, nella sua vita e in quella di chi le stava accanto. Il caos andava... Contrastato. Schiacciato. Mortificato. E debellato. Non importava con quali armi. Con la piastra la mattina prima di uscire, con lo sgrassante e lo straccio sui vetri. Con dedizione e maniacalità. Non c’erano silenzi nelle sue giornate, quei fastidiosi attimi di vuoto. Non c’erano dubbi, incomprensioni. Perché era disposta a discutere fino a tardi, fino a che ogni programma, decisione, o banalità che fosse, risultasse chiaro, univoco. Continuare a sognare il cinghiale la rendeva nervosa, sentiva che mancava qualcosa, una spiegazione, mancava la perfezione. La notte dopo però fu il cinghiale a spiegarsi. Aveva un piercing. Una schiona tra i due buchi del naso, e le zanne con lo smalto rosa.
E questa volta ripeteva: “Non ha senso. Non ha senso. Non ha senso.” Era la sua vita, senza senso.